Telelavoro. Sempre così desiderabile?
Oggi leggevo un articolo sul telelavoro e ogni tanto mi capita di parlare con persone che vorrebbero farlo. Mi sembra che ci sia l’idea generale che il telelavoro sia una buona cosa, ma che in Italia fa fatica a decollare.
Sicuramente ha degli aspetti molto positivi e interessanti, ma penso che possa averne anche di negativi, anzi credo che il telelavoro possa essere una cosa positiva solo sotto particolari condizioni per nulla scontate.
Provo a raccontare l’esperienza di telelavoro “all’italiana” che sta facendo da qualche anno una persona che conosco bene. Ovviamente quello che racconto è il mio punto di vista e non quello del diretto interessato.
Questa persona lavora per una nota casa editrice italiana alla revisione di una loro opera, della quale ogni anno esce la versione aggiornata. Quando ha iniziato sembrava tutto ottimo, i redattori potevano lavorare da casa collegandosi (via desktop remoto) al server dell’azienda. L’adsl veniva anche rimborstata. Quasi ogni settimana dovevano recarsi presso la sede centrale per l’organizzazione dei lavori. La pecca maggiore era il contratto, il solito co.co.co. rinnovato regolarmente per periodi di un anno o anche meno. Le comunicazioni fra colleghi e con chi dirige il lavoro sono sempre avvenute senza problemi con l’email o il telefonicamente.
Da quello che ho potuto vedere, con questa storia di lavorare da casa, nella pratica il tempo libero non esiste più, si è sempre in dietro con il lavoro perché come al solito bisogna rispettare delle scadenze assolutamente irrispettabili e decise senza che chi lavora abbia voce in capitolo. Anzi credo che le scadenze siano decise proprio con l’idea di spremere il più possibile i redattori e con la sicurezza che tanto non verranno rispettate.
Nel tempo si sono resi conto che il lavoro poteva andare avanti anche senza ritrovarsi in sede, quindi gli incontri da alcuni al mese sono diventati 2 o 3 l’anno, a mio avviso con il risultato di isolare tutti i redattori e estraniarli dall’azienda.
Da tempo hanno smesso anche di rimborsare l’adsl e quest’anno hanno trovato una forma contrattuale più vergognosa del contratto a progetto, una specie di contratto editoriale per la realizzazione di un’opera e la cessione totale dei diritti, in pratica non pagano più un lavoratore ma acquistano un’opera e i diritti su di essa.
Alla fine mi sembra che questa casa editrice si sia liberata della gestione dei dipendenti e dei costi per tenere del personale in ufficio (possedere gli uffici stessi e costi come elettricità, riscaldamento, telefono, acquisto attrezzature come pc e cancelleria).
Dall’altra parte i compensi sono rimasti esattamente come quelli di un dipendente classico che lavora in ufficio e anche se alcune spese sono diminuite (spostamenti) altre sono aumentate anche molto (acquisto pc, telefono, elettricità, riscaldamento …).
Ho paura che appena le aziende capiranno come sfruttare quest’idea di telelavoro, più che dei telelavoratori soddisfatti che riescono a gestire meglio il loro tempo, avremo una gran quantità di nuovi finti liberi professionisti sfruttati dai quali le aziende acquistano dei servizi.
Se qualcuno avrà voglia di raccontare qualche altra esperienza di telelavoro, positiva o negativa che sia, ne sarò felice.
29 Novembre 2007 alle 17:17
Ma questo é telesfruttamento! Mi chiedo perché continuare a lavorare in queste condizioni?!? Il limite non é nel “tele” ma nel datore di lavoro.
In ogni caso, penso che il telelavoro sia comunque piú adatto per professioni indipendenti (gestione di siti web, ecommerce, sviluppatore, traduttore ecc.) sempre per il fatto che per certe professioni é difficile quantificare il lavoro svolto e ci si ritrova facilmente a “sforare” gli orari.
30 Novembre 2007 alle 9:28
Il problema di avere sempre delle scadenze “difficili” da rispettare è comune a molti lavori, poi anche per l’esperienza che ho riportato ci sono periodi di più o meno “urgenza”. Chi lavora in queste condizioni dovrebbe essere molto rigoroso e ad un certo punto dire stop, indipendentemente da quanto lavoro è rimasto da fare, solo che è già difficile di suo, figurati se ci metti una bella situazione di precariato di contorno.
Perché lavorare in queste condizioni? perché i lavori non si trovano così facilmente e, riprendendo l’esempio, perché mi sembra che il mondo dell’editoria sia fatto da un popolo di precari che lavorano a progetto o di liberi professionisti a p.iva (per loro scelta???), quindi alla fine siamo sempre lì.
8 Dicembre 2007 alle 21:12
il motto divide et impera non a caso è vecchio come il cucco, non credi che così si sia annullato anche l’identità “politica” e “sociale” di un associazionismo sindacale ?
noi precari del 2007 come i lavoratori delle miniere di carbone di fine 1800